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Trump – one year on

Trump, un anno dopo

  • 17nov 17
  • Paul Diggle Senior Economist, Aberdeen Asset Management

A un anno dall’elezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti, gli esperti di politica ed economia si arrovellano su questa domanda: qual è il significato della presidenza Trump? È solo un fastidioso contrattempo oppure il sintomo di un malessere più profondo?

Prima dell’elezione di Trump, i mercati erano preoccupati per gli effetti negativi che avrebbero potuto avere le sue promesse, come l’isolazionismo e il protezionismo economico del Paese, con l’allontanamento degli Stati Uniti dal resto del mondo e l’abolizione degli accordi commerciali. Ma dopo l’8 novembre hanno cercato di concentrarsi sugli aspetti positivi di Trump, ovvero la promessa di stimoli fiscali collegati allo sviluppo delle infrastrutture e la riforma fiscale. Da questo è dipeso in parte il rialzo dell’indice S&P 500 che ha toccato ripetutamente nuovi record nell’ultimo anno.

In realtà, in questo periodo, non si sono concretizzate né le promesse positive né quelle negative. Sono in parte rientrati sia i timori che le speranze. Cosa abbiamo ottenuto allora? Non molto. Frustrato dal sistema tanto decantato di controlli reciproci e dalla resistenza del suo stesso partito, Trump finora non è riuscito a fare progressi significativi.

Cosa succederà ora?

Dunque, cosa ci attende? Trump imparerà a operare nell’ambito del sistema politico statunitense, anziché su Twitter, oppure continuerà a inveire contro il sistema? Meglio non scommettere sul fatto che imparerà a collaborare, ma neppure sulle sue dimissioni o sul fatto che verrà cacciato dalla Casa Bianca fra tre anni.

Il suo sconcerto di fronte alle difficoltà della presidenza è pari solo al suo desiderio di continuare a restare al timone.

L’indagine sulla possibile collusione tra la Russia e la sua campagna elettorale e gli altri scandali successivi finora non sembrano aver avuto un grosso impatto.

Persistono invece le condizioni interne al Paese che hanno spianato la strada alla sua vittoria. Il divario tra le città costiere e gli stati centrali non è mai stato così ampio, e finora Trump non ha ancora fatto nulla per affrontare le difficoltà delle regioni con industrie decadenti, crescente insicurezza e l’epidemia degli oppioidi. Paradossalmente, i disagi che l’hanno portato al potere persistono. Eppure l’America sembra ancora propensa a puntare su candidati controversi, come dimostra la scelta di Roy Moore come candidato repubblicano dell’Alabama per il seggio al Senato nelle elezioni speciali di dicembre.

Dobbiamo aspettarci che l’America sia incapace di muoversi al di fuori delle convinzioni acquisite o di autocorreggersi? Gli elettori che hanno scelto Trump l’anno scorso potrebbero raddoppiare nel 2020, nonostante la mancanza di progressi. Certo, è possibile. D’altra parte, l’elezione di Trump potrebbe significare la fine del populismo, proprio perché il Presidente si è dimostrato indegno e inefficace. Molti osservatori hanno interpretato il voto sulla Brexit e l’elezione di Trump come i segnali di un’ondata populista che si andava diffondendo ad Occidente. Ma i previsti sconvolgimenti non ci sono stati: quest’anno i candidati populisti sono stati sconfitti in diversi Paesi europei. L’insuccesso della presidenza Trump potrebbe dunque segnare la fine di questo movimento.

Fuoco al fuoco

A questo punto sorge una domanda: chi schiereranno i Democratici contro Trump nel 2020? Oggi sembra prevalere l’idea che dovrà essere un candidato populista, per rispondere a Trump con le sue stesse armi, come Bernie Sanders o Elizabeth Warren. Ma potrebbe avere più chance un candidato con qualità da statista.

Non dobbiamo dimenticare che Hillary Clinton ha conquistato la maggioranza del voto popolare, nonostante i difetti del suo carattere e della sua campagna elettorale.

Qualcuno con caratteristiche analoghe ma senza il suo bagaglio potrebbe impedire a Trump di avere la meglio su un candidato populista molto simile a lui.

Questo all’interno del Paese. E all’estero? Questa settimana, Trump ha incontrato Xi Jinping a Pechino. Dopo il recente Congresso nazionale del partito comunista, il Presidente cinese ha incrementato il suo potere e gode di un’autorità e di una capacità di portare a termine i suoi progetti che Trump può solo sognare. Xi ha il potere di influenzare la Corea del Nord, che Trump non ha, inoltre il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo transpacifico, le indecisioni nel sostenere Taiwan e le tendenze isolazioniste di Trump lasciano un vuoto che la Cina sarà più che felice di colmare.

Forse è questo il vero significato di Trump. Con un governo inefficace o quanto meno carente in patria e i toni arroganti e spacconi all’estero, la sua presidenza può di fatto accelerare il declino degli Stati Uniti come potenza globale, proprio nel momento in cui la Cina continua la sua ascesa e la Russia cerca di incrementare la sua influenza con la forza o la persuasione. Nei prossimi anni forse arriveremo a capire che Donald Trump è stato l’inconsapevole fautore di un mondo multipolare.





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