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Next year’s presidential elections will be a big test for the future economic ideology of Mexico.

Tensioni in vista per il Messico

La prontezza di riflessi della Banca centrale non risolverà i problemi del Messico.

L’economia messicana oggi si basa essenzialmente su due fattori: petrolio e servizi. Il settore petrolifero ha subìto ampie riforme durante il mandato del presidente Pena Nieto, anche se il corso delle riforme è stato inevitabilmente travolto dal crollo del prezzo del petrolio che sta rallentando le esportazioni, riducendo il gettito fiscale e gravando sulla crescita al punto che oggi il settore rappresenta circa il 4% del Pil, molto meno rispetto al passato.

Nel frattempo i servizi, e in parte il settore manifatturiero, hanno sostenuto la maggior parte dell’economia non legata al petrolio, con una crescita di quasi il 4% nel primo semestre dell’anno. Pertanto, anche se a riempire le pagine dei giornali è il petrolio, oggi è il resto dell’economia che delinea il quadro effettivo della situazione.

L’outlook economico sembra abbastanza prevedibile: secondo le stime, l’inflazione scenderà quest’anno e anche il prossimo, il che dovrebbe consentire alla Banca centrale di iniziare a tagliare i tassi di interesse dall’attuale 7%. Dai miei incontri coi rappresentanti del Banco de México è emerso chiaramente che, finché il peso resta stabile, l’inflazione scenderà più rapidamente rispetto a quanto attualmente previsto dal mercato.

Quello che invece potrebbe mettere in crisi l’economia è la politica, sia a livello nazionale che internazionale.

Le elezioni presidenziali del prossimo anno saranno un banco di prova per la futura impronta ideologica che il Messico darà alla propria economica. Oggi in testa ai sondaggi c’è Andres Manuel Lopez Obrador, noto anche con l’acronimo AMLO, che ha lanciato il Movimento di Rigenerazione Nazionale. Si tratta di un politico populista, posizionato a sinistra, di stampo anti-Trump, che conta sul desiderio di cambiamento dei messicani. La community finanziaria internazionale sembra essere convinta che AMLO potrebbe adottare un approccio più moderato delle premesse qualora vincesse le elezioni, ma questa potrebbe anche essere una sottostima dell’umore che pervade la nazione. Visitando il paese appare evidente che gli elettori chiedono qualcosa di diverso da ciò che hanno avuto finora. I temi su cui si incentra il dibattito elettorale sono la corruzione, il nepotismo e la criminalità e in questa fase gli elettori sembrano riconoscersi nelle proposte di AMLO in merito. Durante la mia visita è emerso con chiarezza che diversi investitori nazionali intendono votare per lui.

La strada verso le elezioni è lunga, i principali partiti non hanno ancora presentato i loro candidati, ma agli investitori andrebbe ricordato che il populismo non è l’unico baluardo delle democrazie occidentali. Tanto più che l’impatto di una presidenza di AMLO sull’economia appare poco chiaro. Potrebbe rappresentare un punto di rottura rispetto alla politica ortodossa e favorevole al mercato dei governi messicani degli ultimi anni.

Tutte le paure del mercato di fronte al cambiamento si rifletteranno rapidamente sulla valuta.

Nella maggior parte dei mercati sviluppati questo non rappresenterebbe un problema poiché le Banche centrali sono in genere più preoccupate per l’inflazione che per la moneta. Ma in Messico è ancora vivo il ricordo della Crisi della tequila del 1994 quando la debolezza del peso preannunciò una crisi profonda del paese. Da allora la Banca centrale interviene sulla valuta praticamente a ogni brusco episodio di sell-off. Nel caso di una vittoria di AMLO, questa inveterata prontezza di riflessi potrebbe innescare una serie di reazioni a catena da parte della Banca centrale, pericolose per l’economia e molto probabilmente non necessarie.

Questo porta dritto a un’altra fonte di preoccupazione sul fronte politico: Donald Trump. La minaccia di annullare gli accordi NAFTA, lanciata a inizio mese, ha scatenato un brusco tracollo della valuta (che è scesa a circa 19 peso per un dollaro). La Banca centrale messicana, come previsto, ha reagito intervenendo sul mercato valutario. Se la valuta continuerà a peggiorare, allora sarà quasi inevitabile un rialzo dei tassi. Di fronte ai timori dell’eliminazione del NAFTA, l’anno scorso, si arrivò a 22 peso per un dollaro. Questo dà l’idea di quanto potrebbe scendere ancora la moneta di fronte alle preoccupazioni sul futuro dell’accordo di libero scambio.

Sotto molti aspetti, il Messico è il simbolo di come dovrebbe essere una Banca centrale matura nei mercati emergenti.

Un istituto sostanzialmente indipendente, con un target inflazionistico ragionevole, aperto, che in genere agisce in linea con le comunicazioni ufficiali. La valuta non dovrebbe però essere la preoccupazione principale di una Banca centrale nell’ambito di un’economia aperta.

Sfortunatamente la sensibilità del Messico ai bruschi sell-off della valuta è di fatto il suo tallone d’Achille. Il mercato sa che la moneta rappresenta una priorità per la Banca centrale, che interverrà sempre nel tentativo di stabilizzarla. Il prossimo anno potrebbe riservarci qualche sorpresa politica che metterà alla prova il Banco de México. Dunque è meglio non perdere di vista il peso messicano, proprio come fa la sua Banca centrale.





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