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U.S. tariffs are changing the face and future of global trade.

Leadership USA, non come la conosciamo

  • 09mar 18
  • Jeremy Lawson Chief Economist, Standard Life Investments

L’annuncio del presidente Trump sull’imposizione dei dazi all’importazione di acciaio e alluminio non è che l’ultima polemica in ordine cronologico riguardo alla rotta protezionistica presa dalla politica commerciale degli Stati Uniti. L’effettivo impatto economico è difficile da valutare: i dazi potrebbero marginalmente gravare sulla crescita potenziale degli Stati Uniti senza avere un impatto significativo sul deficit commerciale con il resto del mondo.

Ma a impressionare è il suo significato simbolico. La decisione degli altri 11 firmatari della Trans-Pacific Partnership (TPP) di continuare senza gli Stati Uniti, e senza alcune delle clausole che avevano voluto inserire gli americani a salvaguardia dei propri interessi, dimostra come la leadership della politica commerciale globale sia cambiata.

È la scelta di campo che pesa veramente sulla reazione dei mercati. Negli ultimi 12 mesi, le importazioni complessive di ferro e acciaio degli Stati Uniti ammontano solamente all’1,6% del totale delle merci importate e solamente allo 0,2% circa del PIL. Ma le ripercussioni in altre regioni del mondo potrebbero essere più profonde. Per esempio, l’indice tedesco DAX ha ceduto il 2,3% subito dopo l’annuncio e alcune società produttrici di acciaio estere hanno perso oltre il 5%.

Cosa comporta l’ultimo intervento protezionistico di Trump per il futuro? Finora i mercati si sono dimostrati piuttosto inflessibili di fronte alle notizie o agli interventi di politica commerciale degli Stati Uniti, ma è possibile che a questo punto inizino a prendere contatto con la realtà. Ancora più importante, i titoli azionari forse cominciano a scontare la probabilità che vengano introdotte ulteriori misure commerciali e la probabile conseguente reazione degli altri paesi.

Il rischio di una guerra commerciale è ancora circoscritto, ma le probabilità sono aumentate dopo l’annuncio di Trump.

La preoccupazione principale sul lungo periodo riguarda l’intensificarsi delle tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina. Entrambi i paesi hanno già iniziato qualche rappresaglia sul fronte dei dazi e delle ispezioni commerciali. Finora gli interventi sono stati mirati, ma certamente sono aumentate le probabilità di un’escalation. È vero che non tutti gli interventi dell’amministrazione Trump sono stati in contrasto con i mandati di Bush e di Obama. Ma le recenti controversie aperte dall’attuale presidente con il WTO – il blocco dell’accordo tra AT&T e Huawei, le indagini sulle procedure commerciali della Cina ai sensi dalla sezione 301 del U.S. Trade Act e l’innalzamento delle barriere imposte agli investimenti diretti esteri cinesi – sono fatti gravi.

Tutto ciò si somma al generale approccio di Trump nei confronti della Cina, piuttosto diverso dal suo predecessore. L’attuale presidente ha respinto gli sforzi della Cina per evitare tensioni, comprese le offerte di apertura del mercato e l’aumento delle importazioni, e ha accusato la Cina di essere una minaccia, colpevole di aggressione economica. Gli ultimi interventi di Trump dimostrano le sue intenzioni di mettere sotto pressione la Cina. Sembra che Peter Navarro, convinto fautore di queste politiche, sarà promosso con un ruolo più importante nell’ambito dell’amministrazione Trump. Questi sviluppi, unitamente alle dichiarazioni dell’amministrazione che intende modificare radicalmente i rapporti economici con la Cina, lasciano presagire nuove barriere agli scambi commerciali e agli investimenti tra i due paesi. Non è una buona notizia per un mondo che dipende da queste due grandi economie e superpotenze.





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