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Economics, global

Lavori in corso

  • 02feb 18
  • Paul Diggle Senior Economist, Aberdeen Asset Management

La gravità della crisi finanziaria globale e la lentezza della successiva ripresa hanno spinto i professionisti del settore economico a un importante esercizio di autoanalisi. Forse l’economia mondiale sta finalmente uscendo dalla lunga ombra della crisi, ma per la macroeconomia è ancora tempo di profonde riflessioni soprattutto riguardo al fatto di aver fallito nel prevedere e spiegare tale crisi. L'adozione di ipotesi più realistiche su come lavorano i mercati finanziari e del credito, su come i consumatori e le aziende prendono le decisioni nei periodi di incertezza e sulle diversità tra consumatori privati e aziende, dimostra che la professione sta facendo ciò che ogni buona scienza dovrebbe fare, vale a dire imparare dagli errori.

Ci sono già state in passato rivoluzioni nel pensiero macroeconomico, di solito sulla scia di importanti crisi sopraggiunte nel mondo reale senza che le teorie e i modelli in voga riuscissero a prevederle o a spiegarle. Negli anni ’30 del Novecento, in seguito alla Grande Depressione, John Maynard Keynes ha di fatto posto le basi della macroeconomia come la si conosce oggi. Incorporando le rigidità nominali, come i salari vischiosi (così definiti poiché è raro che i salari nominali scendano) in un contesto generale di equilibrio (dove il mercato del lavoro, dei prodotti e del denaro hanno tutti effetto l’uno sull’altro), è stato in grado di spiegare come mai potessero perdurare nel tempo alti livelli di disoccupazione. Questa intuizione ha contribuito a strutturare la forma mentis che ha guidato i policy maker nel dopoguerra.

Negli anni ’70, quando è comparsa la stagflazione, ovvero bassa crescita combinata ad alta inflazione, gli economisti hanno dovuto nuovamente mettere a punto un insieme di strumenti per poter adeguare i principi macroeconomici. La teoria delle aspettative razionali (secondo cui gli operatori economici non fanno errori sistematici sul futuro) ha contribuito a spiegare il motivo per cui una gestione della domanda in senso keynesiano potrebbe innescare una spirale salari-prezzi. Ma poiché i policy maker non possono ingannare sistematicamente gli operatori economici, non si può stabilire alcun trade-off permanente tra produzione e inflazione: oltre una certa misura lo stimolo della domanda genererebbe comunque un’inflazione indesiderata.

In pratica la curva di Phillips, adottata a partire dagli anni ’50, sarebbe stata verticale nel lungo periodo.

La politica monetaria attivista, che tentò di stabilizzare l'economia a un livello di piena occupazione e prezzi stabili, divenne il paradigma dell'elaborazione delle nuove politiche. Negli anni ’90, John Taylor, tramite la regola di Taylor, conferì sistematicità alle decisioni di politica monetaria ricavando il tasso di interesse appropriato per un dato livello di produzione e inflazione.

Negli anni 2000 i macroeconomisti hanno sintetizzato le intuizioni del passato nella cosiddetta corrente neo-keynesiana. Questa teoria di riferimento combinava la spiegazione di Keynes sulla relazione tra tassi di interesse e produzione riportati nella curva IS con una curva di Philips, che spiegava la relazione tra produzione e inflazione (aumentata per essere verticale nel lungo periodo), e con il controllo monetario secondo quanto delineato dalla regola di Taylor. A partire da queste basi teoriche, i policy maker costruirono complessi modelli economici computerizzati, “i modelli dinamici e stocastici di equilibrio generale”. Per un certo periodo le cose andarono anche piuttosto bene.

Poi arrivò la crisi finanziaria e la lunga, dura, faticosa ripresa economica che ne seguì. La maggior parte dei macroeconomisti (e, non va dimenticato, anche degli operatori del mercato) non aveva previsto il crollo e fece fatica a spiegarne le cause e le conseguenze. In risposta a questo, sono in corso nel pensiero macroeconomico almeno tre importanti rivisitazioni sia teoriche che pratiche:

Maggiore attenzione per gli attriti finanziari…

All’inizio della crisi, i modelli macroeconomici assumevano che in generale l’intermediazione finanziaria funzionasse perfettamente e senza costi – vale a dire che famiglie e imprese avessero accesso illimitato ai mercati del credito, che a loro volta potevano immediatamente autorizzare i finanziamenti; che fossero disponibili assicurazioni contro qualunque rischio specifico; che la politica monetaria influenzasse unicamente il prezzo del credito e non la sua disponibilità; che i cambiamenti di politica monetaria si riflettessero senza difficoltà nel resto dell'economia.

Non ci stupisce che la crisi finanziaria abbia colto molti economisti impreparati.

Da allora, tuttavia, i modelli economici hanno incorporato l’analisi di fattori come la disponibilità del credito, istituzioni finanziarie indebitate, fallimento, informazioni asimmetriche fra debitori e creditori, modello di distribuzione preferito della curva dei rendimenti, limite inferiore dei tassi di interesse, impatto sul ribilanciamento del portafoglio derivante dagli acquisti di titoli su larga scala, e spread tra tassi ufficiali e tassi di mercato. Solo per citare alcuni dei fattori che oggi vengono presi in considerazione.

Minor attenzione per le aspettative razionali…

I modelli macroeconomici, dagli anni ‘70 in poi, avevano assunto che i consumatori e le imprese facessero le migliori previsioni possibili sul futuro e agissero di conseguenza. Si supponeva che essi imparassero dalle esperienze passate e utilizzassero tutte le informazioni a loro disposizione per prendere le decisioni e che in questo modo non potessero commettere errori sistematici circa il futuro. In media, le loro previsioni sul futuro (senza limite) erano corrette.

Oggi gli economisti stanno tornando a riconsiderare il concetto di spiriti animali introdotto da Keynes, secondo cui le aspettative sono in costante movimento poiché continuamente influenzate da un’ampia serie di fattori tra cui la psicologia di gruppo, gli istinti individuali e le emozioni. Chi opera nei mercati spesso utilizza semplici euristiche (regole cognitive semplificate) per prendere decisioni, piuttosto che una completa analisi controfattuale di costi e benefici.

Il nuovo campo dell'economia comportamentale ha documentato l’irrazionalità degli agenti economici, la limitata forza di volontà e gli orizzonti temporali miopi.

Tutto ciò viene oggi incorporato in modelli maggiormente realistici.

Introduzione degli agenti eterogenei…

Nei primi anni 2000 al cuore del modello macroeconomico di riferimento vi era il concetto di agente rappresentativo, un singolo agente economico, perennemente vivo, che regolava i consumi nell’arco della sua vita. L’agente rappresentativo, che non teneva conto delle differenze tra il modo di agirei dei privati e delle aziende, indicava quanto i macroeconomisti tendessero a ignorare problematiche di disuguaglianza che avevano avuto un così grande impatto sul corso dell’economia e della politica negli anni precedenti.

Fortunatamente, il concetto di agenti eterogenei, espressione che indica il fatto che consumatori e società possano differire per reddito, patrimonio, produttività, dimensioni ed esposizione commerciale, comincia ora ad apparire nei modelli economici. Nel frattempo, il campo nascente dei modelli basati sugli agenti fa sì che dall’interazione di molteplici agenti individuali all’interno di una struttura interconnessa emerga un comportamento di gruppo. In questi modelli, ogni agente è un’unità autonoma che segue un determinato insieme di regole comportamentali; quindi, dalla lettura del modo di agire a livello microeconomico si possono ricavare delle tendenze macroeconomiche che corrispondono maggiormente a quanto si osserva nel mondo reale.

Parafrasando l’espressione del fisico tedesco Max Planck che disse "la scienza progredisce un funerale alla volta" si può dire che la macroeconomia invece progredisce una crisi alla volta. Almeno questa disciplina non lascerà che la crisi finanziaria vada sprecata.





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