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Where should investors look for opportunities in 2018?

In cerca di opportunità per un radioso 2018

  • 18dic 17
  • Hugh Young Managing Director of Aberdeen Asia

Dopo un 2017 turbo, gli investitori cominciano a temere un crollo del mercato. Qualche segnale si intravede: i titoli tecnologici vacillano, gli spread delle obbligazioni societarie high yield (ovvero il premio al rischio offerto dalle obbligazioni corporate rispetto ai titoli di Stato) si sono ristretti su livelli che non si vedevano dalla crisi finanziaria e le speculazioni fomentano la frenesia da bitcoin.

Il ciclo rialzista dura ormai da dieci anni, ma la sua conclusione non è necessariamente imminente. Ci sono buone ragioni per credere che gli asset più esposti al rischio, tra cui azioni e obbligazioni high yield, possano rivalutarsi ancora, nonostante i prezzi già tirati.

Ecco la nostra analisi. La crescita globale è in miglioramento; le esportazioni in Europa sono salite e lo stesso vale per gli investimenti; la crescita in Cina non sta rallentando con la rapidità che un anno fa molti si aspettavano; il Pil del Giappone è in miglioramento. I mercati emergenti globali stanno uscendo, dopo diversi anni, da una prolungata fase di deleveraging e risanamento patrimoniale.

Tali sviluppi sono positivi, in particolare per le azioni e, mentre i tassi di interesse inizieranno a salire, le Banche centrali sembrano propense a evitare i rischi di una stretta troppo rapida. Cercheranno di assicurarsi che la liquidità non evapori in un soffio. Intanto gli utili e i margini societari sono in aumento, portando in molti casi a un incremento dei dividendi distribuiti.

Detto questo, è prudente prepararsi a una correzione.

Lo scenario economico resta interessante ma non mancano i segnali tecnici da monitorare.

Circa il 40% delle emissioni di titoli high yield scadrà nel 2020-2022, il che significa che le società interessate dovranno prepararsi a un aumento dei costi di finanziamento.

Ripartire il rischio

Dopo tutto, l’aumento dei tassi di interesse non è sempre un fattore negativo per le obbligazioni. Ci sono molte strategie che gli investitori possono prendere in considerazione per ripartire il rischio e cogliere un potenziale di rialzo.

Siamo particolarmente positivi, per esempio, sulle obbligazioni societarie dei mercati emergenti, una vasta asset class ben diversificata sia in termini settoriali che geografici. Circa il 60% di questo segmento è investment grade. A differenza dei titoli sovrani in valuta forte, questa asset class ha tenuto quando la Federal Reserve ha iniziato a ridurre gli acquisti di obbligazioni nel 2013.

Un’altra interessante idea sono i frontier bond.

Potrebbero sembrare una soluzione rischiosa, ma siamo convinti che possano anche essere uno strumento remunerativo per quegli investitori che siano pronti a svolgere un’accurata due diligence. Per esempio, Egitto e Sri Lanka sono usciti dai piani del Fondo Monetario Internazionale e, dopo la svalutazione, hanno offerto una finestra interessante di investimento. Ci sono altre opportunità simili.

In questo momento, lo spread di rendimento medio per le obbligazioni societarie in valuta forte (dollaro o euro) rispetto ai titoli di Stato è di quattro punti percentuali. Dunque l’investitore viene remunerato per il rischio che si assume, il che attenua gli effetti della possibile volatilità causata da un aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti. Analogamente, il rendimento medio delle obbligazioni in valuta locale contribuisce a smorzare le oscillazioni sfavorevoli della moneta.

Nessuna di queste idee è stata ampiamente adottata dagli investitori. E proprio questo è l’aspetto importante. Un’improvvisa corsa al disinvestimento sarebbe fonte di preoccupazione in molti mercati finanziari più popolari, in particolare quelli in cui gli investitori stranieri possiedono un’enorme fetta del debito (quasi il 50% per esempio in Indonesia).

La promessa indiana

Un paese che sta generando una crescita economica robusta e beneficiando di un vasto piano di riforme governative è l’India. Le potenzialità del mercato azionario indiano sono note. Si conosce meno invece il potenziale dell’universo del reddito fisso indiano, sia per gli interessanti rendimenti adeguati al rischio, sia come elemento di diversificazione del portafoglio.

I rendimenti reali sono al passo con quelli di moltissimi altri mercati emergenti.

Eppure, quando a inizio anno abbiamo esaminato 160 fondi in valuta locale, è emersa un’esposizione media sul mercato indiano pari all’1% soltanto. Presumibilmente, la riluttanza degli investitori deriva dal fatto che l’India non rientra negli indici di riferimento. È un’anomalia che deriva dal rifiuto del paese di emettere debito in dollari americani, oltre che dai tempi lunghissimi necessari per ottenere una licenza (per quanto affrontabili) e dal sistema delle quote.

Proseguendo sul tema della diversificazione, gli investitori potrebbero prendere in considerazione anche strumenti d’investimento non tradizionali. Per chi investe nel reddito fisso, ci sono opportunità nelle infrastrutture o nei comparti dell’energia che ricevono sussidi, come le centrali eoliche.

Questi asset reggono bene il confronto con il segmento high yield. Analogamente, avventurandosi in altre aree come i prestiti peer-to-peer, i bond catastrofali o il leasing di aeromobili, gli investitori hanno l’opportunità di ricevere un total return analogo a quello delle azioni, ma con la metà del rischio.

Il dilemma della tecnologia

E poi ci sono le azioni. Per molti, l’aumento dei prezzi dei titoli tecnologici, che si tratti di FAANG (Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google) o dei BAT cinesi (Baidu, Alibaba e Tencent), pone il classico dilemma. Se si è perso il rally, ha senso cercare di inseguirlo? E se si ha già un investimento nel settore, per quanto tempo è bene mantenerlo?

Non siamo in presenza di una bolla del settore tech (come nel 2000), anche se i costi sono elevati e pochissimi i titoli ad aver trainato i guadagni del mercato quest’anno; pertanto è certamente un settore affollato. Ma dietro a questi prezzi azionari ci sono guadagni effettivi. In Asia, la transizione verso l’e-commerce e i sistemi di pagamento elettronico stanno profondamente cambiando i modelli di business.

L’effetto dirompente di questi cambiamenti si avverte in tutti i settori e contribuisce a prolungare l’attuale ciclo degli investimenti. Tra i grandi beneficiari di tali dinamiche ci sono le banche. In Asia, la ripresa è stata notevole e i titoli sono rimasti convenienti (il rapporto tra prezzo e valore contabile è di circa 1,2 volte se si escludono le banche cinesi). Questo vale in particolare ora che le pressioni sul fronte della compliance e della regolamentazione stanno diminuendo.

Tornare alla crescita degli utili dopo alcuni anni di rendimenti statici, o persino negativi, è ben gradito. Certo, non mancano temi di preoccupazione, come i prestiti alle società del settore delle materie prime a Singapore o l’eccessivo indebitamento dei consumatori in Malesia e Tailandia.

Il segreto sta nell’essere estremamente selettivi quando si scelgono i singoli titoli.

Nel complesso, rispetto a 12 mesi fa, lo scenario ci sembra favorevole. Allora, gli investitori si aspettavano che la vittoria imprevista di Donald Trump avrebbe fatto salire l’inflazione e mantenuto il dollaro forte. In realtà il dollaro ha raggiunto in poco tempo i livelli massimi (era già pienamente valutato).

Da allora le azioni sono in ascesa. La ripresa globale sta rinvigorendo gli spiriti animali. I rischi non mancano, naturalmente, ma per i prossimi sei mesi c’è anche spazio per qualche sorpresa positiva.





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