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Black Monday, Thirty Years On

Il Black Monday trent’anni dopo

Se i mercati azionari crollano, segue inevitabilmente una recessione economica? No. Lo abbiamo imparato trent’anni fa in occasione del Black Monday.

Il 19 ottobre 1987, il crollo della Borsa di Hong Kong si riversò a cascata prima sui mercati europei e poi su quelli statunitensi. La Borsa di Hong Kong perse l’11% e a quel punto chiuse per il resto della settimana per calmare i nervi degli investitori. Non funzionò: quando riaprì il lunedì successivo, le azioni scesero di un ulteriore 33%. Nel Regno Unito, quel 19 ottobre, l’indice di riferimento FTSE 100 scese quasi dell’11% e perse un ulteriore 12% il giorno successivo. Anche altri mercati europei ebbero improvvisi crolli di simile portata. Il mercato americano perse il 23%, totalizzando la perdita giornaliera massima mai registrata dal Dow Jones Industrial Average (DJIA): il doppio di qualsiasi crollo giornaliero durante la crisi del 1929, superando di gran lunga anche le perdite registrate durante la crisi finanziaria globale del 2008.

Il Black Monday, inoltre, fu la prima crisi finanziaria globale contemporanea, innescata dal panico che attraversò le Borse di tutto il mondo.

Evidenziò quanto i mercati stessero diventando sempre più connessi tra loro, in un periodo in cui il concetto di globalizzazione era ancora agli albori. Il crollo del 1987 fu anche il primo shock legato a un diffuso uso degli strumenti derivati, nonché la prima volta che furono coinvolti i fondi pensione e i grandi investitori istituzionali, a quel tempo relativamente neofiti sui mercati azionari; infine fu anche il primo episodio a essere amplificato dal crescente utilizzo dei computer.

Non deve meravigliare dunque che gli eventi del Black Monday abbiano sollevato molti timori di trovarsi nuovamente di fronte a un crollo della Borsa come quello del 1929 seguito dalla grande depressione. Ma questi timori si dimostrarono infondati. I mercati finanziari si rimisero in piedi in fretta e nel corso delle due sessioni di trading successive, i mercati statunitensi recuperarono oltre la metà delle perdite del Black Monday. Nel Regno Unito l’indice FTSE 100 chiuse quell’anno su livelli più alti di come l'aveva iniziato. L’economia mondiale nel 1987 crebbe di un rispettabile 3,5% fino a raggiungere il 4,2% nel 1988. Anche gli Stati Uniti conobbero una simile crescita, evitando abilmente la recessione, almeno fino a quando la bolla delle dot-com non scoppiò nei primi anni ’90.

A trent’anni di distanza si cerca ancora di capire quali siano state precisamente le cause del Black Monday. Fattori come la globalizzazione, la crescente diffusione dei computer e l’aumentata complessità degli strumenti finanziari ebbero sicuramente una parte importante.

Anche le carenze strutturali insite nei mercati ebbero la loro responsabilità.

Per esempio i cosiddetti interruttori che oggi consentono alle Borse di fermare temporaneamente il trading di titoli a fronte di grossi volumi di vendite e improvvisi cali del mercato, vennero introdotti proprio dopo l’educativa esperienza del Black Monday. Giocarono un ruolo in questa vicenda persino alcuni eventi estemporanei. Nel Regno Unito, per esempio, a causa di una forte tempesta, il venerdì precedente il crollo molti operatori non poterono recarsi al lavoro. Dopo un weekend a casa a seguire le perdite di Wall Street e a preoccuparsi per le loro posizioni aperte, il lunedì del 19 ottobre, appena i mercati riaprirono, si precipitarono a vendere.

Sebbene si continui a disquisire sui fattori scatenanti di quel sell-off, sembra invece chiaro cosa abbia portato all’immediata ripresa. Il 20 ottobre, il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan dichiarò che la Banca centrale “era pronta a servire come fonte di liquidità per supportare il sistema economico e finanziario”. Dietro le quinte, la Federal Reserve incoraggiò le banche perché continuassero a concedere prestiti alle condizioni antecedenti la crisi, evitando una riduzione della liquidità e contribuendo a rafforzare l’economia e la fiducia degli investitori. La risposta della Federal Reserve al Black Monday pertanto divenne, nei decenni a seguire, un precedente sull’utilizzo della liquidità come strumento per arginare le crisi finanziarie.

Quale lezione abbiamo imparato dal Black Monday? Sappiamo bene che i mercati sono potenzialmente vulnerabili a brusche correzioni quando, come oggi, le valutazioni sembrano tirate. Tuttavia il Black Monday ci ha insegnato che tali correzioni possono avvenire anche senza un chiaro evento scatenante.

Gli avvenimenti di trent’anni fa ci hanno fatto capire che i mercati possono essere particolarmente vulnerabili quando, come ora, c’è un cambiamento al vertice.

Prima del Black Monday gli investitori non sapevano quale fosse l’orientamento di politica monetaria del presidente della Federal Reserve, ma dopo si convinsero che la Banca centrale e il presidente Greenspan sarebbero venuti sempre in loro aiuto.

Infine il Black Monday ha dimostrato che una politica di intervento può servire a evitare che un crollo del mercato azionario si trasformi in un crollo economico. Tuttavia le decisioni della Federal Reserve hanno anche incoraggiato un atteggiamento di noncuranza e negligenza nella valutazione del rischio e il successo di aver limitato l’impatto del Black Monday è possibile che sia stato al caro prezzo della successiva crisi finanziaria globale del 2008.

Questo articolo è apparso su City A.M il 19 ottobre 2017.





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