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Deglobalisation and its discontents

Deglobalizzazione, troppo presto per crederci

  • 05dic 17
  • Paul Diggle Senior Economist, Aberdeen Asset Management

La deglobalizzazione è in marcia. La globalizzazione, un fenomeno sorto dalle ceneri di due guerre mondiali devastanti, e poi accelerato dalla caduta del muro di Berlino e dall’integrazione della Cina nel commercio mondiale, sta perdendo vigore. Vacillano i consensi per il libero scambio e il multilateralismo, mentre si diffondono protezionismo e isolazionismo. Almeno, questo è ciò che si dice, ma la realtà è assai più complessa.

Parlando in termini ciclici, gli scambi globali hanno in realtà registrato un rimbalzo nell’ultimo periodo. I volumi degli scambi mondiali, misurati dal Bureau for Economic Policy Analysis dei Paesi Bassi, sono saliti del 5% circa durante lo scorso anno, il ritmo di crescita più elevato dal 2011. Il traffico aereo commerciale internazionale, quello marittimo e gli ordini per le esportazioni sono aumentati negli ultimi 12 mesi. Gli scambi globali hanno ripreso a crescere rispetto alla produzione industriale mondiale. Per quanto in modo meno tempestivo, anche gli indici di globalizzazione, come quello del Swiss Federal Institute of Technology, continuano a salire.

L’aumento della domanda di beni di scambio si abbina alla ripresa in corso degli investimenti e dell’attività industriale in tutto il mondo.

L’aumento della domanda di beni di scambio si abbina alla ripresa in corso degli investimenti e dell’attività industriale in tutto il mondo. In altri termini, l’aumento generalizzato degli scambi globali non è il prodotto di fattori specifici che si presentano una tantum (per esempio l’incremento dei prezzi delle materie prime o l’apprezzamento del dollaro), bensì è il riflesso di una ripresa sincronizzata dell’attività economica mondiale.

Il commercio globale cresce

Va riconosciuto che gli scambi globali non sono tornati a crescere ai ritmi a doppia cifra della fine degli anni ’90 o degli inizi del 2000. Tuttavia, in quel periodo di iperglobalizzazione, il commercio globale ha goduto di molti catalizzatori. L’ingresso della Cina nel commercio mondiale, la crescente integrazione delle catene di valore globali, la diffusione del trasporto merci basato su container e del motore a reazione hanno fatto scendere in quel momento storico i costi di trasporto. Forse dunque l’anomalia è stata quella fase di iperglobalizzazione e non lo scenario attuale orientato a una crescita degli scambi più contenuta.

Eppure, nonostante vengano messi in discussione numerosi accordi commerciali di alto profilo, il numero complessivo di accordi di libero scambio tra nazioni continua a crescere. L’Unione Europea e il Canada recentemente hanno siglato un ampio accordo di libero scambio, l’UE sta negoziando un accordo di libero scambio anche col Giappone, e continuano le trattative per l’accordo transpacifico TPP anche senza il coinvolgimento degli Stati Uniti. Nel frattempo, la Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP) guidata dalla Cina potrebbe far confluire il 30% del PIL globale nonché metà della popolazione mondiale in un’unica zona di libero scambio in Asia.

Anzitutto, i sostenitori della globalizzazione si trovano sempre di più nei paesi emergenti.

Parlando in termini strutturali, la globalizzazione, così come la percezione che se ne ha, più che invertire la tendenza, si sta evolvendo. Anzitutto, i sostenitori della globalizzazione si trovano sempre di più nei paesi emergenti. Il presidente cinese Xi Jinping si presenta come il difensore della globalizzazione riuscendo a farsi promotore di una leadership globale, ora che il presidente Trump ha rinunciato a occupare il ruolo che tradizionalmente apparteneva agli Stati Uniti. Ma la versione cinese della globalizzazione è diversa da quella promossa in precedenza dagli Stati Uniti. Prevede l’integrazione dell’Eurasia via terra (attraverso la Belt and Road Initiative). Fra l’altro la Cina potrebbe anche cercare di esportare in altri paesi il suo peculiare modello di sviluppo economico basato sull’intervento statale, sostituendolo alla democrazia rappresentativa in stile occidentale e al capitalismo di libero mercato.

La nuova faccia della globalizzazione

La globalizzazione crea sia vincitori che vinti, ormai è un fatto riconosciuto, anche se ci sono voluti dei risultati elettorali decisamente inattesi per far emergere la questione. In particolare, oggi appare chiaro che la maggiore disponibilità di forza lavoro su scala globale ha fatto diminuire i salari dei lavoratori meno qualificati in molte economie avanzate. Se da una parte la globalizzazione ha contribuito a ridurre le disuguaglianze tra paesi (spingendo il reddito dei lavoratori nelle economie emergenti), dall’altra parte ha esacerbato le disuguaglianze all’interno dei paesi (abbassando il reddito relativo di molti lavoratori nelle economie sviluppate). Un sistema fiscale redistributivo, reti di sicurezza sociale più robuste e una migliore educazione e formazione per i lavoratori rimasti senza lavoro sono la giusta strada, per quanto molto difficile da percorrere, per affrontare le conseguenze negative della globalizzazione.

Infine, cambia anche la sostanza di ciò che viene scambiato attraverso i confini. Sono in diminuzione gli scambi di merci voluminose mentre è in aumento lo scambio di servizi, in percentuale sul commercio totale. Cambia anche la natura della circolazione delle persone oltre confine. La spinta a migrare dipende più dalla sicurezza che da fattori puramente economici, in molti casi si tratta di persone che fuggono da conflitti regionali. In realtà la migrazione verso i mercati emergenti cresce oggi più rapidamente della migrazione verso i paesi sviluppati. Invece i flussi di capitale internazionali globali sono molto calati rispetto ai massimi pre-crisi finanziaria. Il recupero potrebbe anche non avvenire mai se si considera che le norme che avevano portato all’esplosione della leva finanziaria nel periodo antecedente alla crisi hanno subìto un giro di vite. I flussi degli investimenti esteri diretti mondiali hanno rallentato, anche se in misura minore, mentre i flussi di investimento dei portafogli restano alti.

Non c’è nulla di inevitabile o irreversibile nella globalizzazione. È il risultato di scelte politiche, e le scelte politiche possono provocare un’inversione di tendenza. Tuttavia, riprendendo Mark Twain che sul New York Journal commentò la falsa notizia della sua precoce scomparsa scrivendo “La notizia della mia morte è un’esagerazione”, si può concludere che le voci sulla sconfitta della globalizzazione sono assolutamente un’esagerazione.





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