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Misreading the markets: the puzzling actions of central banks

Banche centrali confuse, difficile ricomporre il puzzle

  • 19ott 17
  • James Athey Senior Investment Manager, Fixed Income

Negli ultimi mesi gli interventi di alcune Banche centrali sono stati apprezzabili, mentre altri sono stati incomprensibili. Nello scenario attuale è facile dare un’errata interpretazione dei mercati.

Un esempio è la Bank of Canada, che aveva già alzato i tassi di interesse a luglio portando il tasso a pronti dallo 0,5% allo 0,75%, nonostante l’inflazione fosse soltanto dell’1% rispetto al target del 2%. Eppure, con un intervento solo in parte scontato dal mercato (e previsto solamente da 6 su 33 economisti monitorati da Bloomberg), ha alzato ancora i tassi in occasione dell’incontro di settembre. La maggior parte degli osservatori aveva presupposto, evidentemente con ingenuità, che con l’inflazione ferma a un punto percentuale sotto il target, la Banca centrale canadese non avrebbe avuto fretta di procedere a nuovi rialzi.

In realtà non ha fatto nulla di sbagliato la BoC. Non credo che gli interventi saranno dannosi e può avere senso operare qualche rialzo quando i dati lo consentono.

Ma il mercato ha mal interpretato gli interventi della Banca centrale canadese poiché la maggior parte degli operatori si è lasciata condizionare dal comportamento di altre Banche centrali come la Federal Reserve.

Durante il ciclo attuale, la Fed non ha mai alzato i tassi per due volte consecutive.

E questo nonostante l’inflazione dei prezzi al consumo abbia toccato il 2,7% a inizio anno e nonostante la disoccupazione negli Stati Uniti sia di ben due punti percentuali inferiore a quella del Canada. Dunque gli Stati Uniti hanno un’inflazione più alta e una disoccupazione più contenuta, oltre a un debito al consumo più basso e una minore sensibilità ai tassi di interesse dell’economia; è un mercato più chiuso meno esposto alle oscillazioni valutarie e che dipende meno dall’energia. Eppure la Banca del Canada sta alzando i tassi più della Federal Reserve.

La confusione regna

La Federal Reserve non ha fatto che peggiorare la situazione durante l’estate. Lael Brainard prima e Janet Yellen poi hanno manifestato la loro preoccupazione per la flessione dell’inflazione nel breve termine: un minuto prima il calo dell’inflazione sembrava temporaneo, un attimo dopo diventava motivo di panico. E persino il presidente della Fed del Minnesota, Neel Kashkari, ha dichiarato che i bassissimi rendimenti erano la prova della debolezza dell’economia a cui la Banca centrale è tenuta a prestare attenzione. Forse Kashkari si è dimenticato che la Federal Reserve ha acquistato obbligazioni per il valore di 4.500 miliardi di dollari negli ultimi dieci anni, vanificando la speranza di trarre un minimo segnale economico dal loro prezzo.

Anche altrove, la confusione regna tra le Banche centrali. La Bank of England deve affrontare uno scenario caratterizzato da bassa disoccupazione e inflazione elevata. Eppure non interviene di fronte all’incertezza degli sviluppi futuri. In Svezia, la Risksbank si trova di fronte a un’economia che fa faville con un’inflazione oltre il target, eppure anche in questo caso la politica monetaria resta ferma poiché, di fatto, è nelle mani della Banca Centrale Europea. Nel contempo la BCE non si capisce se sia già preoccupata, oppure preoccupata solo in prospettiva o addirittura per nulla preoccupata, riguardo alla rapida ascesa dell’euro. Nonostante la ricerca indichi che il recente rally abbasserà le stime inflazionistiche di 0,9 punti percentuali, la BCE ha rivisto al ribasso le stime solamente di 0,1 p.p.

Talvolta sembra quasi che la BCE non faccia altro che navigare a vista.

Probabilmente ridurrà gli acquisti di titoli prima della fine dell’anno, nella misura in cui l’euro non si rivaluti troppo, cosa che non accadrà se non inizierà il tapering.

Nel frattempo, il presidente Trump e Kim Jong-Un sono ai ferri corti. Minacce reciproche, test missilistici e nucleari: una totale carenza diplomatica che ha portato al completo deterioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord. Questi fattori, abbinati alla tragica devastazione degli uragani Harvey e Irma, non ha fatto che alimentare un più marcato “flight to quality” spingendo gli investitori verso i titoli sovrani dei paesi sviluppati.

Tuttavia, è interessante notare che gli asset più esposti al rischio, come le azioni, non ne hanno risentito molto, e questo potrebbe indicare che non si sia trattato tanto di una corsa verso la qualità, quanto di una risultante dell’abbondanza di liquidità. Una misera consolazione per gli investitori che puntavano a rendimenti più elevati.

E poi c’è la politica USA. Trump si è accordato coi Democratici nel breve per temporeggiare con la legge speciale sul finanziamento delle attività del governo e il tetto del debito. Si avrà dunque una scadenza finanziaria e politica importante appena dopo il prossimo incontro decisivo della Fed, il tutto appena prima di Natale. Cosa potrebbe mai andare storto?





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