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Investitori istituzionali, tra bond e mattone

  • 05dic 17
  • Laura Tardino Head of Institutional Business Development, Italy

Negli ultimi anni gli investitori istituzionali hanno acquisito una crescente importanza, motivo per cui, il legislatore ha voluto rafforzare il ruolo sociale di questi enti promuovendo gli investimenti sul territorio nazionale ed incentivandoli con un meccanismo di credito di imposta.

Quali sono i driver che fanno decidere un investimento per un istituzionale?

Un investitore istituzionale non è diverso da qualunque altro investitore, eccezion fatta per gli adempimenti cui è tenuto contrattualmente. Il suo obiettivo è generare rendimento tenuto conto degli obblighi che deve assolvere nei confronti dei soggetti che esso rappresenta siano essi pensionati e/o assicurati.

Definiti un obiettivo di rendimento target (spesso legato all’inflazione o alla media quinquennale del PIL o molto spesso al TFR) ed una cosiddetta asset allocation strategica, l’investitore istituzionale si muove allocando il proprio denaro disponibile su diverse classi di attivo. La gestione delle passività (obblighi da adempiere) è certamente parte integrante delle valutazioni a monte di queste decisioni, ma per il resto l’investitore istituzionale sceglie i propri investimenti seguendo sostanzialmente gli stessi criteri che seguirebbe un investitore privato.

Tra questi un posto centrale spetta alla qualità e alla dimensione del prodotto, misurate non solo dalla performance passata su vari orizzonti temporali e dalle masse in gestione ma anche dalla solidità e dalla esperienza del team di gestione. Non è meno importante la fiducia e quindi la buona relazione con il consulente e/o con il gestore del prodotto ai quali affidarsi anche dopo aver effettuato l’investimento per le informazioni circa l’andamento e il posizionamento del prodotto stesso in qualunque momento rispetto alle linee guida concordate all’atto della sottoscrizione oltre che per la ricorrente analisi trimestrale o semestrale.

I clienti istituzionali forti anche di un significativo potere contrattuale per gli elevati volumi che mediamente caratterizzano i loro investimenti, sono molto sensibili al costo sostenuto per gli stessi.

E da ultimo ma non certamente ultimi, come direbbero i colleghi inglesi, i costi del prodotto. I clienti istituzionali forti anche di un significativo potere contrattuale per gli elevati volumi che mediamente caratterizzano i loro investimenti, sono molto sensibili al costo sostenuto per gli stessi.

E il settore e i prodotti a cui si rivolgono che caratteristiche devono avere? (non mi è chiarissima chi è il soggetto?) E verso quali investimenti si stanno spostando, stanno guardando per il prossimo futuro?

Per i fondi pensione, il nuovo quadro normativo del 166 del 2014 ha ampliato l’area di investimento ai mercati emergenti e in parte agli alternativi, in linea teorica dunque oggi gli investitori istituzionali nel loro complesso possono investire in qualunque settore.

Negli ultimi anni, complice uno scenario macroeconomico complesso, caratterizzato dalle politiche monetarie ultra espansive delle principali banche centrali che per un lungo decennio hanno contribuito ad alimentare uno dei rally dei mercati finanziari più lunghi di tutti i tempi, gli investitori hanno in parte modificato le loro preferenze spostandosi via via verso soluzioni sempre meno obbligazionarie plain vanilla ed alla ricerca di soluzioni nuove.

A fine 2016 circa l’85% degli investitori istituzionali si dichiarava pronto a rivedere la propria asset allocation dando maggior peso con ogni probabilità agli investimenti alternativi (FIA) e a soluzioni cosiddette total return e multi asset.

La ricerca di rendimento continuerà quindi con molta probabilità a spingere gli investitori istituzionali verso soluzioni risk on e in molti casi anche meno liquide, data la preferenza accordata da molti di essi – è il caso di molte fondazioni bancarie- anche agli investimenti nei mercati privati.

Un tema attuale è inoltre quello della diversificazione geografica del portafoglio immobiliare.

Un tema attuale è inoltre quello della diversificazione geografica del portafoglio immobiliare. In molti casi gli investitori istituzionali hanno investito molto in immobili italiani il cui rendimento è inferiore spesso a quello dell’immobiliare internazionale e sarebbero ora pronti ad allargare i loro orizzonte verso l’ Europa, gli Stati Uniti ed in alcuni casi, l’Asia.

Più in generale un’attenzione sempre maggiore hanno gli investimenti cosiddetti socialmente responsabili che potenzialmente interessano tutte le asset class quando la scelta del singolo elemento del portafoglio incorpora valutazioni ESG.

Infine, la dimensione del loro investimento e l’attenzione ai costi spinge molto spesso i soggetti istituzionali a prediligere l’investimento in forma di mandato di gestione personalizzato –ovvero un prodotto creato ad hoc per il quale viene firmato un contratto di delega di gestione- preferendolo all’acquisto diretto dell’OICR appartenente alla medesima strategia sul quale evidentemente raggiungerebbero un’esposizione eccessiva.

E l'ottica temporale?

Gli investitori istituzionali hanno il grande privilegio di poter guardare lontano non avendo rimborsi improvvisi ma flussi in uscita mediamente programmabili.

Spesso inoltre i risultati delle loro scelte di investimento sono misurati sull’anno o addirittura sul triennio e non mensilmente o giornalmente come accade per i gestori di altri canali –retail o wholesale. Molti investitori istituzionali hanno quindi l’opportunità di sfruttare anche i benefici degli investimenti più illiquidi e avvantaggiarsi dell alpha cui questi ultimi danno accesso soprattutto nel contesto attuale caratterizzato da valutazioni azionarie ed obbligazionarie molto elevate.

Attualmente su quali asset sono posizionati gli investitori istituzionali? Gli istituzionali a livello internazionale seguono le stesse logiche di scelta o divergono da stato a stato? Nel caso fossero diverse, gli italiani su cosa puntano o per cosa si distinguono?

Secondo il Rapporto di Mercer dello scorso 2016 gli investitori istituzionali italiani sono investiti per il 42% circa in obbligazioni, 22% in azioni e 16% in immobili. Il restante 20% risulta allocato tra cash (3%) e alternativi (17%).

La percentuale di azioni ed obbligazioni domestiche (in particolare governative) è significativamente rilevante soprattutto se rapportata all’incidenza dell’Italia su un indice azionario e/o obbligazionario globale, confermando il bisogno di diversificazione dei portafogli istituzionali anche nella parte mobiliare, e non solo sin quella immobiliare come ricordato poc’anzi.

Tolte alcune eccezioni, nel panorama europeo gli investitori istituzionali italiani risultano ancora tra i meno esposti all’azionario (la media europea è del 31%) ed i più esposti all’immobiliare (16% contro media di 3%!).

Tolte alcune eccezioni, nel panorama europeo gli investitori istituzionali italiani risultano ancora tra i meno esposti all’azionario (la media europea è del 31%) ed i più esposti all’immobiliare (16% contro media di 3%!). Mentre, sebbene elevata, l’esposizione obbligazionaria (42%), è tuttavia inferiore alla media (51%) e caratterizzata da una forte componente di obbligazioni domestiche (70%).





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