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Two decades on from crisis, Asia is roaring

A vent’anni dalla crisi, l’Asia è tornata a ruggire

  • 25ott 17
  • Hugh Young Managing Director of Aberdeen Asia

Nel mese di ottobre di vent’anni fa, il governo dell’Indonesia firmava il primo di diversi accordi con il Fondo Monetario Internazionale per ricevere gli aiuti finanziari necessari a mantenere a galla il paese colpito dalla crisi asiatica.

Una serie di massicce speculazioni avevano provocato una catastrofica svalutazione monetaria in alcune economie regionali, contagiando i mercati finanziari asiatici e portando alla luce le debolezze strutturali dei paesi coinvolti. L’Indonesia fu quello maggiormente colpito, ancor più della Tailandia e della Corea del sud, anche se spesso associati più direttamente alla crisi.

La valuta indonesiana, la rupia, perse oltre due terzi del suo valore sul dollaro nella seconda metà del 1997 e poi ancora un’importante quota durante soli cinque giorni del gennaio successivo. Nel 1998 l’inflazione avrebbe sfiorato il 65% e il PIL si sarebbe contratto di oltre il 13%.

Il caos economico provocò proteste con numerose vittime in tutto il paese e pose fine al governo del presidente Suharto, da 31 anni al potere. In altre economie della regione si è assistito a episodi ugualmente traumatici. Le vendite provocate dall’ondata di panico hanno fatto crollare i mercati finanziari con la fuga degli investitori stranieri. Dopo anni di rapida crescita ininterrotta, il miracolo economico asiatico sembrava giunto improvvisamente al capolinea.

Naturalmente ora si sa che non era la fine.

L’Asia ha recuperato e oggi è probabilmente l’area economica con le prospettive di crescita più brillanti del pianeta.

Nella regione la ricchezza cresce senza precedenti e si produce la maggior parte dei beni di cui il resto del mondo ha bisogno, anche se l’attività economica non si riflette ancora pienamente nella capitalizzazione di mercato.

Sono stati necessari molto tempo e molti sforzi per esaminare cos’è accaduto vent’anni fa e per capire se tali eventi potranno ripetersi. Molti osservatori hanno identificato correttamente gli strumenti con cui i paesi asiatici hanno superato le loro debolezze messe a nudo dalla crisi: hanno accumulato abbondanti riserve estere; le valute della regione in genere non hanno più un tasso di cambio fissato in modo arbitrario; i governi hanno evitato di indebitarsi eccessivamente in valuta estera.

Questo non significa che l’Asia non sia vulnerabile nei confronti di nuovi shock. Tuttavia, se dovesse esserci un’altra crisi asiatica, i catalizzatori sarebbero assai diversi.

La regione in sé è cambiata. Per esempio, l’Indonesia oggi è una giovane democrazia che sta implementando ampie riforme di mercato. Le aziende sudcoreane hanno superato le concorrenti giapponesi, grazie anche all’ubiquità della cultura popolare coreana che aiuta le aziende a vendere di tutto, dai cosmetici agli smartphone di tendenza. Sfortunatamente la Tailandia sembra aver fatto qualche passo indietro, il potere resta nelle mani dei militari e l’economia continua ad arrancare.

Infine i due big, la Cina e l’India, che fino a vent’anni fa interessavano ben poco agli investitori esteri.

La Cina rappresenta la principale opportunità e nello stesso tempo la più grande minaccia per la regione asiatica.

La sua imponente economia ha creato nuovi mercati e catene di fornitura a vantaggio di molti paesi del territorio. Queste dinamiche hanno alimentato gli scambi intra-regionali e ridotto la dipendenza dai consumi di Stati Uniti e di altri mercati occidentali. La Cina, per esempio, è all’avanguardia nel campo del fintech, grazie a un settore privato vivace e pionieristico.

Quando l’economia cinese rallenta, però, ne risentono tutti. Le rassicurazioni delle autorità cinesi che dichiarano di avere sotto controllo il debito eccessivo dei governi locali non sono del tutto convincenti e il settore statale resta gigantesco e inefficiente. Nel frattempo, la forza economica della Cina è sempre più frequentemente associata a una determinazione geopolitica che potrebbe degenerare in conflitto.

L’India non è riuscita a sfruttare pienamente il suo potenziale negli anni, anche se alcune delle migliori società asiatiche hanno sede proprio qui .

La situazione tuttavia sta cambiando poiché l’India sta abbracciando riforme che sembrano ancora più ambiziose di quelle messe in atto dall’Indonesia. Per la prima volta in decenni, il subcontinente ha un leader con un mandato in grado di portare avanti provvedimenti impopolari ma necessari. Nonostante qualche battuta d’arresto, le riforme stanno facendo progressi e il sentiment degli investitori nei confronti dell’India non è mai stato così favorevole.

Sembra proprio che l’Asia non debba più guardare a occidente per avere tutte le risposte che le servono. Inoltre, avvenimenti come la crisi finanziaria globale, le circostanze che hanno portato alla Brexit e l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, non hanno fatto che danneggiare ulteriormente la reputazione dei paesi sviluppati in quanto a competenza e ragionevolezza.

Grazie a importanti iniziative promosse dalla Cina, come la Asian Infrastructure Investment Bank e l’accordo di libero scambio sancito dalla Regional Comprehensive Economic Partnership, molte decisioni che riguardano la regione asiatica saranno prese più vicino a casa e sono inoltre la dimostrazione che, dopo la crisi finanziaria globale, buona parte dei capitali risiede proprio in Asia.

Vent’anni fa, il FMI da Washington legò i prestiti d’emergenza concessi alle economie asiatiche a una serie di condizioni che favorissero il libero mercato, il cosiddetto Washington Consensus. Da allora, l’Asia ha dimostrato di cavarsela anche meglio, grazie a un ibrido capitalismo di stato, ben rappresentato da Cina e Singapore. Nessuno sa quando la prossima crisi finanziaria colpirà l’Asia ma, quando lo farà, state certi che nessuno chiederà aiuto a Washington.

Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul Daily Telegraph del 17 ottobre 2017.





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